Nella scuola pubblica esiste un paradosso logico ed economico che mi tormenta. È un "elefante nella stanza" che raramente viene discusso nelle sedi collegiali, forse per pudore, forse per una malintesa idea di "vocazione". Verrebbe da chiamarlo il Paradosso dell'Efficienza Inversa.
Partiamo da un contesto aziendale sano. Solitamente si viene assunti in posizioni junior. Man mano che l'esperienza e le competenze (skills) aumentano, il dipendente diventa un asset più prezioso. A fronte di un tangibile beneficio per l'azienda (progetti chiusi, fatturato generato), il lavoratore può chiedere un adeguamento salariale. Se l'azienda rifiuta, il mercato concorrenziale sarà felice di assorbirlo. In sintesi: Più Valore = Più Retribuzione.
Nella scuola, la situazione è diametralmente opposta. La retribuzione è appiattita, differenziata solo da scatti di anzianità automatici oppure dal discrimine del numero di progetti seguiti. Ma il vero problema sta nella definizione degli obblighi contrattuali, che distinguono tra:
Analizziamo la situazione con una semplice formula. La Retribuzione Oraria Reale (R_reale) di un docente non è quella scritta in busta paga, ma è data dal rapporto tra lo stipendio fisso e la somma delle ore lavorate (visibili + invisibili).
R_reale = Stipendio / ( Ore_Aula + Ore_Sommerse )
Lo Stipendio è localmente nel tempo una costante. Le Ore_Aula sono, a meno di variazioni contrattuali, costanti. L'unica variabile libera su cui il docente ha controllo diretto sono le Ore_Sommerse.
Un docente "responsabile" che lavora a casa per preparare lezioni innovative, aumenta il denominatore, facendo crollare la sua paga oraria reale. Un docente "efficiente" (o opportunista) che riduce a zero la preparazione, minimizza il denominatore e massimizza il rendimento economico. Il sistema, quindi, contiene un incentivo perverso: premia economicamente chi lavora meno.
Quanto detto si intende chiaramente al netto di secondi lavori. Solitamente questi divengono sostenibili nei casi di a) impegno psicofisico moderato durante le ore di lezione oppure b) licenziosa decisione di tagliare il monte ore dedicate alla preparazione didiattica. Come il lettore facilmente intuisce, stiamo ricadendo nel paradosso precedente.
Se smettiamo di guardare la questione come un problema morale ("il professore pigro") e la analizziamo analogamente ad un sistema fisico, emergono dinamiche strutturali inevitabili. Possiamo tracciare un parallelismo rigoroso con principi cardine della fisica.
Come si risolve questo paradosso? Spesso si invoca la soluzione del "controllo": introdurre sistemi di validazione della performance, bonus merito o ispettori. Tuttavia, questo approccio (stile Legge di Goodhart) rischia di trasformare la scuola in un ufficio burocratico dove si lavora per soddisfare la metrica formale e non i bisogni reali degli studenti. Le immotivate avversioni iniziali per le prove invalsi vi dicono qualcosa?
La vera soluzione strutturale, a mio avviso, risiede in una ristrutturazione radicale del tempo-lavoro. Attualmente, la "Funzione Docente" (preparazione, correzione) è relegata a un limbo di volontariato domestico non quantificato. Questo è l'errore di sistema.
Immaginiamo invece un modello europeo dove l'orario di servizio sia interamente quantificato e svolto in sede (es. 36 o 40 ore settimanali). In questo scenario:
Questo cambio di paradigma trasformerebbe la docenza da una "vocazione missionaria" (basata sulla buona volontà e quindi soggetta a varianza enorme) a una professione strutturata. Finché ci affideremo al "lavoro sommerso" non pagato come motore della qualità didattica, saremo sempre in balia del paradosso dell'efficienza inversa. Rendere il lavoro visibile è l'unico modo per renderlo, finalmente, valutabile e dignitoso.