In questo breve articolo voglio portare alcune osservazioni di tipo metodologico–pedagogico che mi sono sorte al termine del viaggio di istruzione a Napoli: quattro giorni densissimi, più faticosi di molti periodi scolastici interi, ma anche tra i più ricchi che abbia vissuto dal punto di vista educativo.
La classe, una quarta, è composta da studenti seri, curiosi e molto motivati, che aspettavano questa uscita da anni, essendo la prima gita “lunga”. Le aspettative, comprensibilmente, erano alte.
Io e l’altro docente accompagnatore siamo saliti sul treno – in senso letterale e figurato – conoscendo la classe solo da quest’anno, nel mio caso con appena due ore di matematica a settimana. Questo ha reso l’esperienza una sorta di “acceleratore”: in pochi giorni si sono compressi processi relazionali che di solito richiedono mesi, se non anni.
Dal punto di vista logistico la gita è stata spossante: alloggio in struttura inadeguata, cibo spesso non all’altezza, spostamenti lunghi e complicati, negoziazioni continue con l’agenzia e con la scuola, nonché micro e macro aggiustamenti in corsa per cercare di raddrizzare la rotta.
In mezzo a tutto questo, noi docenti ci siamo trovati a fare da cuscinetto: mediatori tra il malcontento – spesso pressante ma motivato – dei ragazzi verso l’agenzia, la necessità di garantire sicurezza e fruibilità didattica, e il desiderio di non rovinare un’occasione che la classe ha vissuto quasi come un “evento generazionale” e trasformativo.
Proprio nel cuore di questo disagio organizzativo si è aperto un canale educativo inatteso. Il registro con i ragazzi è diventato spontaneamente informale, cooperativo, più da “squadra in trasferta” che da scolaresca in gita: si scherzava, si condividevano momenti di leggerezza, si costruivano rituali comuni che hanno reso il gruppo più coeso.
Questo clima leggero non è stato una rinuncia al ruolo, ma un modo per abbassare il gradiente di autorità e costruire una leadership assertiva, fondata sulla complicità più che sull’obbedienza. A mente fredda non è stato un atto interamente deliberato, studiato a tavolino, ma la convergenza di necessità strutturali, carico emotivo, stanchezza e bisogno di decompressione.
Questo contesto di vicinanza ha favorito un clima di confidenzialità positiva, in cui professori e studenti hanno potuto portare sul tavolo aspirazioni, difficoltà e dubbi senza la tensione di un giudizio autoritario, e con un minore condizionamento della forma istituzionale. Il clima di fiducia ha permesso al gruppo di affrontare questioni che in aula faticano a emergere, proprio perché il setting del viaggio abbassa alcune difese e rafforza il senso di “esserci dentro insieme”.
Il mio impegno, da tutore, è stato quello di applicarmi – nei limiti delle possibilità psicofisiche del momento – per mantenere costante una postura di cura discreta: attenzione ai segnali di stanchezza, agli attriti relazionali, ai piccoli disagi quotidiani, cercando ogni volta di intervenire in modo proporzionato e rispettoso. Nella dinamica di gruppo questo tipo di attenzione tende a innescare un feedback empatico di cura reciproca e di amalgama della comunità. L’ho potuto osservare nella fiducia, nell’affiancamento e nella proattività degli studenti sul piano logistico e relazionale: si sono messi in moto per aiutare, coordinare, gestire, spesso prima ancora che glielo chiedessimo. Anche la risoluzione dei conflitti, in questa ottica, è risultata più orizzontale e fluida.
Questi dettagli non compaiono nei programmi ufficiali di una gita, ma definiscono la qualità pedagogica della relazione: creare comfort dentro il discomfort, rendere abitabile – e persino formativa – una situazione che sulla carta avrebbe potuto solo generare stress e risentimento. È una forma di servant leadership educativa: una leadership che ribalta la piramide tradizionale e mette al centro il servizio al gruppo, la crescita e il benessere di chi si accompagna.
In questa ottica, trovo utile collegare alcuni punti coveyani con il risultato ottenuto. Stephen R. Covey, nelle sue 7 Habits of Highly Effective People, insiste su alcune abitudini che qui hanno trovato una traduzione molto concreta.
Se penso a questa gita con lo sguardo di Covey, mi accorgo che la leadership docente in viaggio di istruzione può essere un terreno privilegiato per esercitare una leadership di servizio: una leadership in cui il docente non si limita a “portare in giro” gli studenti, ma si lascia trasformare dalla responsabilità di servirli, e con loro costruisce, passo dopo passo, un’esperienza realmente win–win.